Piante e impollinatori: “un matrimonio” essenziale.


Camminando tra le montagne della Sierra Nevada e ammirando le meraviglie nascoste nella Yosemite Valley, lo scrittore e naturalista scozzese-americano John Muir pensò che “in ogni passeggiata nella natura, l’uomo riceve molto più di quel che cerca”. Come potremmo dargli torto? Come non essere d’accordo con la sua affermazione?

Tutto ciò che osserviamo in una fitta foresta, tra i verdi pascoli di una montagna, su un profumato litorale mediterraneo o tra i freddi altopiani della tundra artica è frutto di delicati equilibri e rapporti tra tutti i protagonisti presenti all’interno di un ecosistema naturale: interazioni che si sono sviluppate milioni di anni fa e che, nonostante i molteplici cambiamenti avvenuti sul Pianeta, hanno perdurato e si sono evoluti donandoci quello che osserviamo oggi.

Una delle interazioni più sorprendenti del mondo naturale è quella tra piante e animali impollinatori: una simbiosi che si protrae da circa 140 milioni di anni.
La riproduzione, per il mondo vegetale, è sempre stato uno degli aspetti più sorprendenti: le piante più primitive hanno sviluppato strutture che ben si legano con alcuni elementi, tra cui l’acqua e il vento; ma una delle forme più incredibili che il regno delle piante abbia mai progettato è il fiore: una sorta di “scrigno” ricco di sfumature colorate, odori, sostanze zuccherine e ammalianti forme diverse che lo rendono irresistibile per molti animali.

Il fatto ancor più sorprendente è che la struttura del fiore, che caratterizza il supergruppo delle Angiosperme (piante da fiore), si è evoluta di pari passo ad alcuni gruppi del regno animale; la capacità di sfruttare il movimento degli animali, anziché vettori non senzienti come il vento e l’acqua, per trasportare il polline verso gli ovuli è stata la strategia più vincente del mondo vegetale: le probabilità di fecondazione e, quindi, di riprodursi sono aumentate a dismisura e, con loro, la capacità di diffondersi all’interno di un ecosistema naturale.

Se osserviamo la struttura di un fiore possiamo assolutamente affermare che la natura ha pensato proprio a tutto: ogni parte ha una funzione unica e specifica. Potremmo analizzare una quantità infinita di fiori in base alla famiglia e al gruppo tassonomico, ma non basterebbe un articolo solo. Osservando il più classico dei fiori notiamo i petali che compongono il calice, coloratissimi e dalle forme più particolari che hanno lo scopo di proteggere i gameti al loro interno e, allo stesso tempo, attirare proprio gli impollinatori; gli stami, una sorta di “steli” più o meno lunghi e più o meno numerosi, contengono il gamete maschile, ovvero il polline, che è inserito su dei piccoli rigonfiamenti all’apice detti antere; poi, c’è il pistillo, un lungo tubicino collegato all’ovario che si trova alla base del fiore e che contiene gli ovuli, ovvero i gameti femminili: il granello del polline entra attraverso il pistillo e raggiunge proprio gli ovuli per la fecondazione. Infine, c’è il nettare, contenuto nei nettàri, situati alla base degli stami o del pistillo: questa sostanza zuccherina rappresenta “la ricompensa” per l’impollinatore.

Nell’immaginario più comune consideriamo gli artropodi, ed in particolare gli insetti, gli impollinatori per eccellenza, con le api a guidare la categoria. Ma non sono solo questi curiosi insetti imenotteri, molto cari ai golosi di miele, a rendersi partner delle piante in questo interessante e proficuo matrimonio. A loro si uniscono le farfalle (lepidotteri), i sirfidi (una sgargiante famiglia dell’ordine dei ditteri), alcuni coleotteri, bombi, vespe, calabroni, alcune specie di formiche ecc. Ma ad unirsi agli insetti troviamo anche alcuni uccelli (i colibrì per esempio) e alcuni mammiferi (tra cui alcuni pipistrelli, ma non solo).

In 140 milioni di anni, le Angiosperme e gli impollinatori si sono sviluppati ed evoluti di pari passo, portando anche a delle particolari specializzazioni, nelle quali alcune specie di piante hanno scelto e selezionato l’impollinatore preferito.
Potremmo stare qui a scrivere dei libri analizzando ogni particolare situazione, ma per capire ancora meglio la complessità di queste relazioni porteremo solo alcuni esempi.

Le orchidee del genere Ophrys sono specializzate esclusivamente su insetti imenotteri apoidei (api, vespe, bombi ecc.): ogni specie di questo meraviglioso genere di orchidea ha la specifica specie di imenottero come impollinatore. C’è una particolarità molto curiosa: a differenza di altri fiori, queste orchidee non hanno nettare pertanto devono ricorrere ad un’altra strategia diversa per attirare il proprio impollinatore: il labello delle Ophrys mima alla perfezione l’addome delle femmine della specie di imenottero al quale si offre, così che il maschio posandosi sul fiore compie una sorta di “pseudocopula”; mentre compie “i propri comodi” il polline gli rimane attaccato al corpo e poi via, verso una “nuova finta bella ragazza” con cui tentare di accoppiarsi.

Molte specie della famiglia delle Caryophillaceae hanno il calice con la forma a tubo, fortemente allungato; vengono in mente le specie del genere Silene, ad esempio. Non tutti gli impollinatori sono in grado di infilare la bocca fino in fondo al tubo per poter bere il nettare; è necessario, pertanto, un animale con un apparato boccale fortemente allungabile e sottile: le farfalle con il loro tipo di “bocca”, a forma di lunga proboscide, che prende il nome di spiritromba sono in grado di raggiungere “i tubi” più profondi, rendendosi esclusive per questo tipo di fiori.

Il fiore della famiglia delle Leguminose, invece, racchiude gli stami all’interno di due petali modificati in un “piccolo astuccio”, chiamato carena alla cui base è presente il nettàrio: per poter raggiungere il nettare è necessario posarsi sulla carena che si apre a seconda del peso dell’insetto che vi si posa. Le specie di dimensioni più piccole sono sensibili anche a piccoli impollinatori come alcuni sirfidi o alcune api, mentre i fiori più grandi come quelli della Ginestra odorosa (Spartium junceum, L.) vengono aperti solo “da pesi massimi” come i bombi oppure la Vespa mammut (Megascolia maculata).

Una specie molto curiosa è la Dragontea (Dracunculus vulgaris, Schott), pianta dal fiore molto vistoso e dal colore che tende al bordeaux. L’interno del calice di questa pianta emana calore e un odore nauseante che ricorda la carne in putrefazione; non ha nettare, ma queste esalazioni diventano irresistibili per molte mosche che rimangono bloccate da due petali rivolti verso il basso: nel tentativo di uscire il polline gli rimane attaccato al corpo.

Come ultimo esempio come non parlare dei fiori impollinati da alcuni pipistrelli? Sono fiori grandi, chiari, che si aprono di notte ed emanano degli invitanti odori fruttati e muschiati. Producono abbondante nettare e molto polline: sfruttando questi mammiferi volanti notturni, piante come il baobab, il banano, il mango e l’agave portano a compimento un ciclo fondamentale per la produzione dei loro frutti.

I latini definirebbero questa fondamentale simbiosi un grande “do ut des”, “un matrimonio” essenziale per la vita che si è evoluto e perfezionato nel corso delle ere del nostro Pianeta. Pianta e impollinatore, insieme, occupano una posizione privilegiata nella rete di connessioni che la natura ha progettato.
Siamo tutti collegati da questi straordinari legami, neanche l’uomo può considerarsene svincolato per l’importanza che le piante ricoprono nella nostra vita.
Dal punto di vista agricolo, per esempio, l’80% delle specie di piante coltivate dall’uomo dipende da impollinazione animale, per un valore annuo stimato tra i 235 e i 577 miliardi di dollari; per l’Italia, in particolare, un mondo agricolo senza impollinatori costerebbe circa 3 miliardi di euro all’anno.
Purtroppo, a causa della perdita di habitat, dell’uso di fitofarmaci, del cambiamento climatico, dell’agricoltura intensiva e dell’introduzione di specie aliene predatrici, il 40% delle specie di invertebrati impollinatori è a rischio estinzione; le scelte giuste, soprattutto nel campo della selezione dei prodotti alimentari che consumiamo ogni giorno, possono aiutare la natura e la sua rete di connessioni a riprendersi migliorando la salute dell’ambiente e, di conseguenza, la nostra.

Francesco Giusti

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