Il movimento dei ghiacciai

“Eppur si muove” disse Galileo Galilei, nel 1633, riferendosi alla Terra dopo che il Tribunale dell’Inquisizione lo costrinse ad abiurare le proprie tesi eliocentriche; ed è quello che potremmo pensare noi guardando il fronte di una lingua di un ghiacciaio. Questa è una sensazione che si ha se si osserva il ghiacciaio con occhi per guardare, non per vedere e basta: ed allora l’impressione che qualcosa si muova, molto lentamente, che abbia vita propria e che, addirittura, “sembra che respiri” si impadronisce della nostra mente.

Negli ultimi 2 milioni di anni la ciclicità delle glaciazioni, che hanno modellato, deformato e scolpito il Pianeta per come lo vediamo oggi, è stata pressoché costante; per almeno quattro volte i ghiacci hanno ricoperto gran parte della Terra e lasciato segni evidenti del loro passaggio. Cicli di glaciazioni si sono si succeduti coprendo montagne, invadendo le valli, sconfinando nelle pianure e formando imponenti calotte nelle aree polari del nostro globo. L’ultima glaciazione, chiamata Wurm (iniziata circa 75.000 anni fa e terminata circa 10.000 anni fa), è stata una delle più imponenti e, se consideriamo solo le nostre montagne, il ghiaccio ha ricoperto la catena alpina con spessori di 1500mt e punte di 2000mt: solamente le vette più elevate emergevano da questo mare di ghiaccio (Geologia delle Dolomiti, Alfonso Bosellini, Athesia). Le varie lingue glaciali si fondevano tra di loro, trans-fluivano da una valle all’altra attraverso i valichi, riversandosi poi nelle valli principali: rocce levigate e striate, valli dai fianchi smussati e lisciati, valli sospese, accumuli morenici, laghi ecc., sono l’eredità che la glaciazione ci ha lasciato.

Ma come si muove un ghiacciaio? Innanzitutto cerchiamo di capire come si forma e perché si verificano le glaciazioni. L’esistenza di queste masse di ghiaccio si deve al progressivo e durevole accumulo di neve al suolo, alla trasformazione graduale della neve e alla sua ricristallizzazione in ghiaccio compatto (con struttura granulare): questo si verifica grazie alla pressione della massa di neve sovrastante e ai ripetuti complessi fenomeni di disgelo parziale e rigelo. Affinché avvenga ciò è necessario che il clima volga gradualmente al freddo, con estati che presentino una temperatura tale da non consentire il disgelo completo della massa nevosa, ma solo parziale.
Con l’ispessimento della massa di ghiaccio si manifesta una tendenza alla deformazione del ghiaccio stesso e, di conseguenza, del substrato roccioso; la forza di gravità, inoltre, contribuisce al formarsi di un lento movimento verso aree limitrofe.

Il ghiacciaio viene nutrito annualmente da apporti di nuova neve, che si accumula con le precipitazioni e di cui rimane una parte residua dopo la stagione atta allo scioglimento: strati di neve vecchia di sovrappongono, così, l’uno all’altro di anno in anno. Questo avviene solitamente sulle zone più a monte del ghiacciaio: l’accumulo di nuova neve spinge gli strati sottostanti in avanti e, con l’aiuto della forza di gravità, contribuisce all’avanzamento del ghiacciaio. La sua velocità non è omogenea, ma varia da parte a parte del ghiacciaio: la componente della forza di gravità, la topografia del luogo, la spinta di altro ghiaccio che scende da luoghi più elevati e l’attrito del fondo roccioso, oltre a quello provocato dalla deformazione del ghiaccio stesso nei vari punti, sono i parametri che dettano il ritmo dell’avanzata del ghiacciaio.

C’è da tener presente, però, un’altra zona del ghiacciaio che solitamente sta sul fronte e si chiama zona di ablazione. Questa parte è quella dove lo scioglimento della neve che, ogni anno, si deposita è normalmente completo e, dove, una certa quantità di ghiaccio fonde. Si chiama ablazione glaciale la fusione della neve e del ghiaccio: alimenta torrenti glaciali e numerosi “ruscelli di ablazione” appaiono, nella stagione più calda, sulla superficie dei ghiacciai, scendendo verso i crepacci sul fondo e alimentando uno o più torrenti subglaciali
che, alla fronte, escono.

Il rapporto tra questi due parametri definisce se un ghiacciaio è in avanzamento oppure, purtroppo, si sta ritirando. Il ghiacciaio nasce, vive e muore dunque: durante questo periodo erode, modella, trasporta, deposita e scolpisce (di questo parleremo in futuro in un altro articolo).

I ghiacciai hanno una vita e, osservando la lingua di una di queste maestose forme della natura, si percepisce il pulsare di questa vita e l’energia possente del suo movimento.
Questo ci fa capire che tutto muta, tutto è in movimento, tutto cambia e tutto ha un ciclo; in natura niente si crea e niente si distrugge: ma tutto si trasforma.
Osservando un ghiacciaio capiamo quanto mutevoli siamo anche noi, come le nostre vite cambiano, come ci diversifichiamo nel corso della nostra esistenza: l’accumulo delle nostre esperienze, del nostro vissuto e delle nostre scelte ci fanno avanzare nel vortice della vita, come la neve che, anno dopo anno, si accumula sul ghiacciaio.
Accettando e convivendo con il fatto che siamo diversi rispetto a 5-7-10 anni fa, riusciamo a progredire e ad affrontare nel miglior modo possibile le sfide che i numerosi sentieri della vita ci fanno affrontare.

Francesco Giusti

Se vuoi anche tu provare l’emozione di trovarti di fronte ad un ghiacciaio dai un’occhiata alle nostre partenze in Islanda.

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