I fenomeni vulcanici delle Dolomiti
Se ci mettiamo comodi su un assolato pratone di alta quota della Val di Fassa a contemplare le spettacolari guglie del Catinaccio, o le imponenti formazioni del Sassolungo veniamo pervasi da un impagabile senso di pace e rilassatezza. Ma non sempre è stato così in questa regione.
Se torniamo indietro di circa 230 milioni di anni, possiamo certamente affermare che la zona delle Dolomiti è stata sconvolta da uno degli episodi vulcanici più devastanti della storia geologica europea.
Fino a quel momento, l’ecosistema dell’area Dolomitica era rappresentato da tranquille scogliere tropicali, bagnate da un mare caldo e poco profondo; nel Trias medio (228 milioni di anni fa), però, molte regioni dell’area mediterranea furono devastate da molti eventi vulcanici, ma è nell’area Altoatesina che l’intensità fu più grande: si può dire che l’area del Trentino Alto Adige è stata il più importante distretto vulcanico d’Europa.
Fino a quel periodo, la regione Dolomitica era stata interessata da importantissimi fenomeni ed eventi geologici (sui quali magari, in futuro, faremo un articolo a parte): la comparsa di eventi vulcanici, accompagnati da importanti terremoti, è stata (geologicamente) improvvisa.
L’antica Caldera Altoatesina, molto attiva nel Permiano Inferiore (270 milioni di anni fa), di cui oggi abbiamo testimonianze grazie ai porfidi della Catena del Lagorai, iniziò a collassare: si formarono numerose faglie che permisero la risalita di magma e provocarono la formazione di numerose scarpate e zone di debolezza, innescate dai terremoti, che portarono al distacco di numerosi blocchi costituiti da rocce del substrato. Allo stesso tempo, si formarono due grossi apparati vulcanici delle dimensioni dell’attuale Vesuvio e Stromboli: uno nei pressi di Predazzo, uno nei pressi della Val di San Niccolò in Val di Fassa.

Da questi vulcani e da una miriade di altri crateri e fratture che tagliarono le scogliere della Val di Fiemme e della Val di Fassa, fuoriuscì una gran quantità di lava e altri prodotti vulcanici come tufi, ceneri, ialoclastiti, brecce ecc.; sono spettacolari i filoni che si notano sul gruppo del Latemar.
Quando la lava scende in ambiente subacqueo, si raffredda violentemente e forma una crosta superficiale, mentre all’interno rimane fluida, originando delle masse globose conosciute con il curioso termine di “lava a cuscini” o “pillow lava”: molte lave che si accumulano sugli antichi bacini marini delle Dolomiti hanno questa forma.
I prodotti vulcanici seppellirono letteralmente alcune piattaforme situate in prossimità dei centri eruttivi; inoltre, si riversarono anche lungo i ripidi pendii, colmando in parte anche i bacini marini ai piedi delle scogliere.
Franando sotto la spinta della gravità, le lave a cuscini si disintegrarono originando, successivamente, delle brecce, altri prodotti vulcanici come le ialoclastiti formarono delle intense nubi di acqua torbida che portarono in sospensione ceneri e sabbie vulcaniche.
Il risultato di tutto questo fenomeno vulcanico, che si è realizzato in un tempo geologico relativamente breve (circa 1 milione di anni), fu che una miriade di organismi marini, che pullulavano sui banchi tropicali, cessarono la loro attività di costruzione delle scogliere stesse. I prodotti vulcanici seppellirono letteralmente le scogliere, fossilizzando l’originaria morfologia dei loro margini e delle loro scarpate. Dove l’erosione del Quaternario (ultimi 2 milioni di anni) li ha preservati, è ancora possibile camminare su queste originarie morfologie sottomarine vecchie di oltre 200 milioni di anni e ammirarle: luoghi come il Latemar, il Monte Agnello, il Catinaccio, la Marmolada e altri, ci permettono ancora oggi di osservare quasi intatte queste formazioni geologiche, è un caso unico al mondo.

Un’altra testimonianza di questo periodo, la troviamo nella zona di Predazzo e di Moena: l’orogenesi alpina e la successiva erosione hanno messo a giorno le rocce di queste antiche camere magmatiche, rocce intrusive o plutoniche. Grossi filoni magmatici in risalita, circa 230 milioni di anni fa, si raffreddarono sotto la superficie terrestre.
Si tratta di rocce vulcaniche intrusive molto particolari che vanno dai gabbri ai graniti (molto bello è il granito rosa che affiora nelle cave, sulla strada, tra Predazzo e Moena); i geologi hanno coniato il termine di “Monzoniti”, dal quale viene il nome “Monti Monzoni”: questo nome è conosciuto in tutto il Mondo e rappresenta queste particolari rocce intrusive che si trovano unicamente in questa zona, tant’è che un tempo erano chiamate addirittura “Predazziti”.
In conclusione, possiamo dire che le rocce ci parlano e ci raccontano la storia più antica del nostro Pianeta: se solo imparassimo a leggerle, ci potrebbero raccontare molto più di quello che osserviamo.
Diceva San Bernardo di Chiaravalle: “gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”.
Di Francesco Giusti
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